lunedì 26 gennaio 2026

Storia del Novecento: 1978 suicidio collettivo nella comunità di Jonestown

 Il disastro di Jonestown (18 novembre 1978)

Il disastro di Jonestown (18 novembre 1978)

Carisma patologico, totalizzazione del potere e dissoluzione del soggetto

1. Jonestown come evento-limite nella storia del settarismo contemporaneo

Il suicidio–omicidio collettivo di Jonestown costituisce un evento-limite nella storia del settarismo novecentesco, non soltanto per l’eccezionalità quantitativa delle vittime, ma per la radicalità qualitativa dei meccanismi di dominio messi in atto. Con oltre novecento morti, tra cui un numero altissimo di minori, Jonestown segna il punto in cui il fenomeno settario cessa di poter essere interpretato come deviazione marginale o patologia individuale, imponendosi invece come oggetto strutturale di analisi sociopolitica e antropologica.

L’evento non può essere compreso come esplosione improvvisa di fanatismo, bensì come esito coerente di una progressiva chiusura sistemica, nella quale carisma, isolamento e violenza simbolica si rafforzano reciprocamente fino a rendere la distruzione del gruppo l’unica soluzione percepibile.

2. Jim Jones e la degenerazione del carisma: da leadership profetica a dominio assoluto

La figura di Jim Jones si inscrive pienamente nella tipologia weberiana del carisma, ma ne rappresenta anche una degenerazione patologica. In origine percepito come leader profetico e riformatore sociale, Jones costruì il proprio potere su una combinazione di retorica egalitaria, messianismo laico e performatività emotiva. Il suo carisma non si fondava sulla distanza, bensì su una prossimità invasiva, che annullava i confini tra sfera privata, comunitaria e ideologica.

Con il tempo, il carisma cessò di essere riconoscimento simbolico e divenne strumento di controllo totale. La parola del leader si trasformò in verità assoluta, sottratta a ogni possibilità di verifica. In questa fase, Jones non guidava più il gruppo: lo sostituiva, incarnandone l’identità, la memoria e il destino.

3. La comunità chiusa: isolamento geografico e produzione della realtà

La fondazione di Jonestown in Guyana va interpretata come un atto eminentemente politico. L’isolamento geografico non rappresentava soltanto una scelta logistica o ideologica, ma una tecnologia di potere, funzionale alla costruzione di una realtà alternativa impermeabile al mondo esterno. In tale contesto, l’assenza di contraddittorio e la rarefazione delle informazioni produssero un effetto di monopolio cognitivo, nel quale ogni fonte di senso era mediata dall’autorità del leader.

La comunità si configurò così come un micro-totalitarismo, caratterizzato da sorveglianza permanente, ritualizzazione della colpa, confessione pubblica e ridefinizione coercitiva dei legami affettivi. L’individuo, privato di riferimenti esterni, veniva progressivamente ricostruito come funzione del collettivo, fino alla completa erosione dell’autonomia decisionale.

4. Coercizione psicologica e dissoluzione dell’agency individuale

Le dinamiche interne a Jonestown mostrano una sorprendente convergenza con i modelli di coercizione psicologica analizzati da Robert J. Lifton negli studi sui sistemi totalitari. L’uso combinato di paura, deprivazione del sonno, ripetizione ideologica e punizione simbolica generava uno stato di dipendenza regressiva, nel quale il soggetto perdeva la capacità di distinguere tra volontà propria e comando esterno.

In questo quadro, il suicidio collettivo non può essere interpretato come atto di autodeterminazione, ma come esito di un lungo processo di espropriazione del sé. L’individuo, ridotto a mero supporto biologico dell’ideologia, non sceglie la morte: vi viene condotto come ultima conferma di appartenenza.

5. Il “suicidio rivoluzionario”: ideologia della morte e razionalizzazione della violenza

La retorica del “suicidio rivoluzionario”, impiegata da Jones nelle fasi finali, svolgeva una funzione cruciale di razionalizzazione simbolica della violenza. La morte veniva presentata non come fallimento, bensì come gesto politico estremo, capace di sottrarre il gruppo alla sconfitta e alla profanazione da parte del nemico esterno.

Tale narrazione trasformava l’annientamento in atto di significazione, producendo una estetica della fine nella quale la distruzione del corpo diventava prova suprema di fedeltà. In questa logica, soprattutto nel caso dei bambini, il confine tra suicidio e omicidio si dissolve, rivelando la natura profondamente violenta di un potere che pretende di disporre integralmente della vita e della morte.

6. Fallimento istituzionale e cecità democratica

Jonestown rappresenta anche un grave fallimento delle istituzioni democratiche. Le segnalazioni reiterate di abusi, le richieste di intervento da parte dei familiari e le inchieste giornalistiche non produssero risposte adeguate. La difficoltà nel riconoscere il pericolo settario fu aggravata da una sottovalutazione culturale del fenomeno, spesso liquidato come eccentricità religiosa o scelta privata.

L’assassinio del deputato Leo Ryan, giunto a Jonestown per un’ispezione ufficiale, rese evidente l’incapacità dello Stato di intercettare per tempo le dinamiche di radicalizzazione micro-sociale, soprattutto quando mascherate da linguaggio progressista o umanitario.

7. Jonestown come paradigma teorico: oltre il fanatismo

Nel dibattito contemporaneo, Jonestown si impone come paradigma teorico per lo studio delle forme di dominio carismatico estremo. Lontano dall’essere un’anomalia irripetibile, esso rivela la fragilità strutturale delle comunità umane di fronte a sistemi chiusi, leader totalizzanti e istituzioni incapaci di intervenire.

Jonestown non interroga soltanto il passato, ma il presente: in un’epoca segnata da nuove forme di radicalizzazione, comunità digitali autoreferenziali e leadership performative, esso rimane un monito permanente sulla facilità con cui il carisma può trasformarsi in potere assoluto e la promessa di senso in macchina di annientamento.



domenica 25 gennaio 2026

Storia del Novecento: 1978 sequestro e l’uccisione di Aldo Moro

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (16 marzo – 9 maggio 1978)

Lo Stato sotto Assedio
Aldo Moro e l'Eclissi della Democrazia Consociativa

Il sequestro di Aldo Moro rappresenta l'apice e, paradossalmente, l'inizio della fine della "strategia della tensione" e del terrorismo politico in Italia. L'evento va analizzato non solo come un atto di guerriglia urbana delle Brigate Rosse, ma come il momento in cui la dialettica tra sovranità nazionale e vincoli internazionali è implosa nel sangue.

1. Il Compromesso Storico: Una Minaccia all'Equilibrio di Jalta

La figura di Moro, architetto della "terza fase" (il coinvolgimento del PCI nell'area di governo), incarnava una minaccia per lo status quo bipolare.

  • L'ambiguità geopolitica: Il tentativo di Moro di "normalizzare" il Partito Comunista di Berlinguer era visto con sospetto sia da Washington (che temeva un indebolimento del fianco sud della NATO) sia da Mosca (che temeva un comunismo occidentale autonomo e democratico).

  • L'agguato di Via Fani: La precisione chirurgica dell'attacco del 16 marzo non fu solo un successo logistico delle BR, ma il segnale della vulnerabilità di un'intera classe dirigente.

2. La Prigionia e il "Corpo del Presidente"

I 55 giorni di Via Montalcini hanno trasformato Moro da leader politico a simbolo sacrificale.

  • Il dibattito sulla "fermezza": La divisione tra il partito della fermezza (DC, PRI, PCI) e il partito della trattativa (PSI) ha rivelato una frattura etica profonda. La fermezza, pur volta a preservare la dignità delle istituzioni, ha finito per condannare a morte l'uomo che quelle istituzioni aveva contribuito a fondare.

  • Le Lettere dalla Prigionia: La scrittura di Moro durante il sequestro è un corpo testuale di straordinaria complessità. Inizialmente liquidate come frutto di una "mente plagiata", le lettere appaiono oggi come un lucido tentativo di mediazione politica estrema, un ultimo sforzo di "moroteismo" applicato alla propria sopravvivenza.

3. Il Memoriale e il Fantasma dello Stato

Il ritrovamento del corpo in Via Caetani, simbolicamente a metà strada tra le sedi di DC e PCI, segnò la fine simbolica del Compromesso Storico.

Analisi Critica: L'assassinio di Moro non fu solo un parricidio simbolico compiuto dai brigatisti, ma la dimostrazione dell'incapacità dello Stato di proteggere e riassorbire la propria eccellenza politica. La successiva scoperta del Memoriale di Moro nei covi di Via Monte Nevoso ha alimentato per decenni sospetti su "omissioni" degli apparati di sicurezza (Gladio, servizi deviati), trasformando il caso in un mistero insolubile che ha minato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

4. Impatto Sistemico: Tabella di Sintesi

AmbitoEffetto Post-1978Conseguenza a Lungo Termine
PoliticoFine della prospettiva del Compromesso Storico.Nascita del "Pentapartito" e isolamento del PCI.
IstituzionaleRafforzamento dei poteri speciali e leggi emergenziali.Erosione delle garanzie procedurali in funzione anti-terrorismo.
SocialeChiusura della stagione dei movimenti e "riflusso" nel privato.Disimpegno politico e crisi dei grandi partiti di massa.

Conclusioni: L'Eredità di un Vuoto

In conclusione, il Caso Moro è il "buco nero" della storia repubblicana. Ha sancito la fine della capacità creativa della DC e ha costretto l'Italia a una transizione infinita, mai del tutto compiuta. Lo Stato ha vinto la battaglia contro le BR, ma ha perso la capacità di autoriformarsi attraverso il pensiero del suo uomo più rappresentativo, scivolando verso quella crisi di sistema che sarebbe esplosa definitivamente con Tangentopoli.


sabato 24 gennaio 2026

Storia del Novecento: 1977 I Fratelli Marx vengono introdotti nella Motion Picture Hall of Fame

 


I Fratelli Marx: 
Anarchia comica e sovversione delle convenzioni borghesi

Introduzione: Il riconoscimento del 1977 e la canonizzazione dell'anarchia

L'introduzione dei Fratelli Marx nella Motion Picture Hall of Fame nel 1977 rappresenta un paradosso emblematico: l'istituzionalizzazione di ciò che per eccellenza si è configurato come anti-istituzionale. Nel momento stesso in cui il cinema americano celebrava ufficialmente questi cinque fratelli di origine ebraica – Leonard (Chico), Adolph Arthur (Harpo), Julius Henry (Groucho), Milton (Gummo) e Herbert (Zeppo) – riconosceva implicitamente la legittimità artistica della sovversione, dell'anarchia comica e della critica feroce alle convenzioni sociali che avevano costituito il nucleo della loro poetica. Il riconoscimento arrivava peraltro in un anno simbolicamente denso: il 1977 vedeva la morte di Groucho (19 agosto) e di Gummo (21 aprile), sancendo la fine biologica di un'esperienza artistica che aveva ridefinito i confini del comico cinematografico americano.

Questo saggio si propone di analizzare la specificità dell'umorismo marxiano, la sua funzione critico-sociale, le modalità attraverso cui si è articolata la loro estetica anarchica e surreale, e infine il loro lascito nella storia del cinema e della cultura popolare americana.

Dalle origini al vaudeville: la formazione di un linguaggio comico

I Fratelli Marx provengono dal contesto del vaudeville, quella forma di intrattenimento popolare americano che tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento costituiva il principale circuito di spettacolo dal vivo. La loro origine ebraica e l'appartenenza a un ambiente sociale modesto forniscono coordinate essenziali per comprendere la natura della loro comicità. L'ebraismo ashkenazita portava con sé una tradizione umoristica basata sull'autoironia, sul rovesciamento dei rapporti di potere attraverso l'astuzia verbale, sulla capacità di sopravvivere alle avversità attraverso il riso. Questi elementi culturali si innestano nell'esperienza dell'immigrazione e della mobilità sociale americana, generando una forma comica che è al tempo stesso integrazione e critica, celebrazione e demolizione del sogno americano.

Nel vaudeville i Marx affinarono gradualmente le loro maschere sceniche: Groucho con i suoi baffi dipinti, il sigaro perenne, l'andatura gobba e la parlantina sarcastica; Harpo muto, con la parrucca ricciuta, il cappello a cilindro e l'arpa (strumento paradossalmente lirico nelle mani di un clown anarchico); Chico con l'accento italiano finto e il suo pianoforte; Zeppo come giovane galante (ruolo che abbandonerà proprio per la sua scarsa caratterizzazione comica); Gummo, ritiratosi precocemente. Queste maschere non erano semplici personaggi ma veri e propri dispositivi retorici, macchine da guerra semiotiche contro la normalità borghese.

La struttura dell'umorismo marxiano: anarchia, surrealismo, decostruzione

L'umorismo dei Fratelli Marx si configura come radicalmente anarchico e surreale, due categorie che meritano un'analisi articolata.

Anarchia linguistica e sociale

La comicità marxiana opera una sistematica demolizione di tutte le gerarchie: sociali, linguistiche, logiche. I loro film sono popolati da personaggi dell'alta società – matrone ricche, diplomatici, professori universitari, gestori d'albergo, medici – che vengono sistematicamente ridicolizzati, sbugiardati, umiliati. Groucho, in particolare, incarna questa funzione demistificatoria: il suo eloquio torrenziale mescola citazioni colte e doppi sensi volgari, sillogismi impeccabili e non-sequitur assurdi, galanteria esagerata e insulti sfrontati. Il linguaggio diventa strumento di decostruzione della realtà sociale costituita.

In *Duck Soup* (1933), probabilmente il loro capolavoro, Groucho interpreta Rufus T. Firefly, dittatore del fittizio stato di Freedonia. Il film è una feroce satira del potere politico, del militarismo, del nazionalismo. La celebre sequenza dello specchio – dove Harpo e Chico, travestiti da Groucho, inscenano un balletto di gesti speculari con il protagonista – costituisce una metafora perfetta dell'inconsistenza dell'identità e dell'arbitrarietà del potere. Il finale, con la guerra scoppiata per futili motivi e condotta secondo logiche completamente assurde, anticipa l'umorismo nero di Kubrick e la satira politica del secondo Novecento.

Surrealismo e logica dell'assurdo

Sebbene i Marx non fossero direttamente collegati al movimento surrealista europeo, la loro estetica presenta affinità innegabili con la poetica del sogno, dell'inconscio, dell'automatismo psichico. Le loro trame narrative sono pretesti fragili che vengono continuamente sabotati da divagazioni, gag autonome, numeri musicali apparentemente estranei alla storia. Questa destrutturazione narrativa anticipa modalità che diventeranno centrali nel cinema modernista.

Harpo, in particolare, incarna una dimensione pre-linguistica e onirica. Il suo mutismo non è mancanza ma eccesso: comunica attraverso il corpo, i gesti, le espressioni facciali, i suoni prodotti dalla tromba e dall'arpa. La sua presenza è quella di un bambino anarchico che segue esclusivamente il principio del piacere, rubando, inseguendo donne, producendo dal suo cappotto oggetti impossibili in quantità inesauribili. Harpo è puro desiderio non socializzato, pulsione che rifiuta la simbolizzazione verbale.

Decostruzione delle convenzioni di genere

I film dei Marx giocano continuamente con le convenzioni dei generi cinematografici – il musical, la commedia romantica, il film di spionaggio – per sabotarle dall'interno. Le storie d'amore (spesso affidate a Zeppo prima del suo ritiro, poi ad altri attori secondari) sono trattate con palese disinteresse, come elementi obbligati della formula hollywoodiana che i Marx tollerano senza prenderli sul serio. I numeri musicali di Chico al piano e Harpo all'arpa interrompono brutalmente la narrazione, creando momenti di pura esibizione virtuosistica che sottolineano l'artificialità della costruzione cinematografica.

Critica sociale e lotta simbolica alle istituzioni

La definizione dei Marx come "urlo liberatorio dell'uomo medio" che concretizza "quella lotta che egli avrebbe voluto fare alla società vanagloriosa" merita un'analisi che ne espliciti le implicazioni socio-politiche.

Il bersaglio: borghesia, ipocrisia, potere

I Marx non attaccano genericamente "la società" ma obiettivi molto specifici: la ricchezza ostentata e culturalmente sterile (le matrone milionarie di *A Night at the Opera*, *A Day at the Races*), le professioni che si ammantano di prestigio immeritato (medici, avvocati, professori universitari), le istituzioni del potere politico (la dittatura in *Duck Soup*), le convenzioni sociali che regolano il comportamento sessuale e l'etichetta borghese.

In *A Night at the Opera* (1935), la celebre scena della cabina di nave stracolma di persone è una perfetta allegoria della critica sociale: lo spazio angusto destinato ai passeggeri di terza classe viene invaso da un numero crescente di personaggi (camerieri, inservienti, meccanici) fino all'esplosione finale quando si apre la porta e tutti precipitano fuori. La metafora del sovraffollamento delle classi subalterne, della compressione degli spazi di vita, della ribellione che diviene inevitabile è trasparente.

Identificazione popolare e catarsi comica

Il successo popolare dei Marx si spiega con la loro capacità di offrire una vendetta simbolica contro le frustrazioni quotidiane. Lo spettatore medio, costretto a subire l'autorità di capi, burocrati, esperti vari, trovava nei Marx la realizzazione fantasmatica del proprio desiderio represso di mandare tutto all'aria, di dire ciò che pensa, di svelare l'imperatore nudo. Questa funzione catartica non va sottovalutata: in un'epoca segnata dalla Grande Depressione prima e dalla Seconda Guerra Mondiale poi, l'anarchia marxiana offriva una forma di resistenza psicologica alla disperazione.

Tuttavia, sarebbe riduttivo leggere i Marx come semplici valvole di sfogo che alla fine consolidano il sistema che criticano. La radicalità della loro critica, la sistematicità con cui demoliscono ogni forma di autorità, la totale assenza di moralismo consolatorio distinguono la loro opera da forme più rassicuranti di comicità populista.

Le maschere e i ruoli: una tipologia

Ogni fratello incarnava una specifica modalità di rapporto con il reale sociale, configurando insieme una costellazione completa di strategie di resistenza.

**Groucho** rappresenta l'intellettuale cinico, colui che ha compreso l'assurdità del gioco sociale ma continua a giocarlo, sabotandolo dall'interno con la parola. Il suo armamentario verbale – giochi di parole, doppi sensi, citazioni decontestualizzate, insulti eleganti – è l'arma dell'intelligenza critica che non ha illusioni ma non rinuncia alla lotta.

**Harpo** incarna la resistenza pre-razionale, il rifiuto stesso di entrare nel gioco linguistico del potere. Il suo mutismo è una forma radicale di non-collaborazione; la sua gestualità anarchica, una liberazione pulsionale che ignora ogni codice sociale.

**Chico** rappresenta l'immigrato furbo, colui che sopravvive con l'astuzia e l'inganno, che finge di non capire per trarre vantaggio, che trasforma la propria marginalità in risorsa. Il suo accento italiano caricaturale e i suoi continui fraintendimenti linguistici sono strategie di sopravvivenza del debole.

**Zeppo**, prima del suo ritiro, incarnava il tentativo (sempre fallimentare) di normalità, di integrazione nelle convenzioni borghesi. La sua uscita dal gruppo è significativa: la normalità non può coesistere con l'anarchia, deve ritirarsi nell'imprenditoria (significativamente, anche Gummo scelse questa strada).

Il contesto cinematografico: dai film Paramount ai film MGM

La carriera cinematografica dei Marx può essere divisa in due fasi principali: i film prodotti dalla Paramount (1929-1933) e quelli prodotti dalla MGM (1935-1941, con qualche produzione successiva).

I film Paramount – *The Cocoanuts* (1929), *Animal Crackers* (1930), *Monkey Business* (1931), *Horse Feathers* (1932), *Duck Soup* (1933) – sono caratterizzati da maggiore anarchia formale, trame più frammentarie, umorismo più crudo e surreale. *Duck Soup*, in particolare, rappresenta l'apice di questa fase: il film fu un fallimento commerciale all'epoca ma è oggi considerato il loro capolavoro proprio per la radicalità della sua critica politica e l'assenza di concessioni sentimentali.

I film MGM – *A Night at the Opera* (1935), *A Day at the Races* (1937), *Room Service* (1938), *At the Circus* (1939), *Go West* (1940), *The Big Store* (1941) – riflettono l'intervento del produttore Irving Thalberg, che impose una struttura narrativa più convenzionale, storie d'amore secondarie più sviluppate, momenti sentimentali. Se da un lato questo rese i film più commercialmente accessibili, dall'altro attenuò la carica eversiva. Tuttavia, anche in questa fase, i Marx mantennero una capacità sovversiva notevole, come dimostrano sequenze memorabili (*A Night at the Opera* è ricchissimo di momenti antologici).

Tecniche comiche e innovazioni formali

L'analisi delle tecniche comiche marxiane rivela una sofisticazione che va oltre l'improvvisazione apparente.

**Il timing verbale**: Groucho possedeva un controllo millimetrico del ritmo della battuta, accelerando e rallentando, lasciando sospensioni cariche di attesa, esplodendo in torrenti verbali inarrestabili. Il suo è un jazz parlato, con variazioni su temi, ritorni, improvvisazioni controllate.

**La violazione degli spazi**: I Marx invadono continuamente spazi proibiti – camere da letto, uffici, sale da concerto, cabine di nave – sovvertendo la geografia sociale che assegna a ciascuna classe il proprio territorio.

**Il cortocircuito logico**: Le loro conversazioni creano sistematicamente paradossi logici, sillogismi fallaci, catene causali assurde che rivelano l'arbitrarietà delle convenzioni razionali.

**L'accumulo e l'eccesso**: La gag della cabina stracolma, il cappotto di Harpo dal quale escono oggetti infiniti, le parole di Groucho che si accumulano fino all'inverosimile – l'eccesso come principio estetico che sovraccarica il sistema fino a farlo implodere.

Eredità culturale e influenze

L'influenza dei Fratelli Marx sulla cultura comica successiva è pervasiva e multiforme. Il loro umorismo anarchico ha ispirato generazioni di comici: da Woody Allen (che riconosce esplicitamente il debito) ai Monty Python (la cui destrutturazione narrativa e assurdismo devono molto ai Marx), da Mel Brooks al cinema comico postmoderno.

Nel contesto della controcultura degli anni Sessanta e Settanta, i Marx vennero risoperti come icone di resistenza anti-autoritaria. Non è casuale che la loro introduzione nella Hall of Fame avvenga nel 1977, in un momento in cui la cultura americana stava metabolizzando gli choc del Vietnam, del Watergate, della crisi economica. I Marx offrivano un modello di critica radicale che non passava attraverso la militanza politica esplicita ma attraverso la sovversione comica.

Il ventesimo posto nella classifica dell'American Film Institute delle più grandi star della storia del cinema testimonia il riconoscimento critico, ma forse non rende giustizia alla radicalità del loro contributo. I Marx non furono semplicemente "grandi comici" ma innovatori formali, critici sociali, sperimentatori linguistici che ampliarono i confini stessi di ciò che il cinema comico poteva essere e dire.

Conclusioni: l'istituzionalizzazione dell'anarchia e il paradosso del riconoscimento

Il riconoscimento del 1977 ci pone di fronte a un paradosso fondamentale: cosa significa istituzionalizzare l'anarchia? Quando la Hall of Fame celebra i Marx, celebra anche ciò che essi demolivano? Il rischio è quello dell'assorbimento museale, della neutralizzazione attraverso la canonizzazione.

Tuttavia, l'opera dei Fratelli Marx conserva una carica eversiva che resiste all'addomesticamento. Rivedere *Duck Soup* oggi significa ancora confrontarsi con una critica feroce del potere politico, dell'assurdità della guerra, del nazionalismo idiota. La loro anarchia linguistica continua a funzionare come antidoto contro ogni forma di retorica autoritaria. Il loro rifiuto delle convenzioni sociali parla ancora alle frustrazioni contemporanee.

I Fratelli Marx rimangono, paradossalmente, sovversivi proprio perché canonizzati. La loro presenza nel pantheon cinematografico costituisce un promemoria permanente della legittimità della critica, del diritto al riso dissacrante, della necessità di non prendere troppo sul serio le istituzioni – comprese quelle che li celebrano. In questo senso, il loro lascito non è un corpus di opere chiuso e archiviabile, ma un invito permanente alla resistenza comica, all'uso del riso come strumento di liberazione e di critica sociale.

L'uomo medio che, secondo la definizione citata, trovava nei Marx la concretizzazione della lotta che avrebbe voluto condurre, trova ancora oggi, in un'epoca segnata da nuove ipocrisie e nuove oppressioni, la stessa possibilità di vendetta simbolica e di catarsi liberatoria. E questo, forse, è il riconoscimento più significativo che si possa tributare a cinque fratelli ebrei che hanno fatto del riso un'arma di resistenza e della comicità una forma di filosofia critica.