
Mohandas K. Gandhi
1906, nascita della satyagraha:
Gandhi a Johannesburg e l’origine della nonviolenza politica moderna
Quando la disobbedienza civile diventa metodo: il primo atto pubblico della satyagraha contro una legge coloniale
Nel 1906, a Johannesburg, Mohandas K. Gandhi elaborò e applicò per la prima volta la satyagraha, una forma strutturata di disobbedienza civile nonviolenta. Durante una protesta all’Empire Theatre of Varieties, invitò la comunità indiana a violare una legge discriminatoria e ad accettare consapevolmente la repressione, trasformando la sofferenza in strumento politico¹. Questo evento segna l’origine storica della nonviolenza moderna come metodo di lotta collettiva.
Contesto storico: il colonialismo sudafricano e la legislazione razziale
All’inizio del Novecento, il Transvaal coloniale rappresentava uno dei principali laboratori giuridici della segregazione razziale. Le popolazioni asiatiche erano soggette a norme discriminatorie che limitavano mobilità, lavoro e diritti civili. L’Asiatic Registration Act del 1906 obbligava gli indiani alla registrazione forzata e al rilievo delle impronte digitali².
Dal punto di vista del diritto coloniale, la legge mirava al controllo amministrativo; dal punto di vista politico e simbolico, essa sanciva una gerarchia razziale istituzionalizzata. È in questo contesto che Gandhi individua l’insufficienza delle sole strategie legali e introduce una nuova forma di resistenza civile organizzata.
Dalla “resistenza passiva” alla satyagraha: una svolta concettuale
Fino al 1906, Gandhi aveva definito le sue azioni come resistenza passiva, un termine mutuato dal dibattito politico occidentale. Tuttavia, egli ne riconosce presto i limiti semantici e strategici³. La nuova parola satyagraha, coniata attraverso un concorso promosso dal settimanale Indian Opinion, indica invece:
- adesione attiva alla verità (satya);
- fermezza morale e politica (agraha);
- rifiuto della violenza come mezzo e come fine⁴.
Questa svolta terminologica è cruciale per il SEO semantico: satyagraha non è sinonimo di pacifismo, ma una tecnica politica nonviolenta strutturata, concetto chiave per storici e politologi.
Il 1906 come atto fondativo della disobbedienza civile nonviolenta
Violare la legge, accettare la pena, delegittimare il potere
Durante l’assemblea all’Empire Theatre of Varieties, Gandhi propose un’azione senza precedenti: disobbedire apertamente alla legge coloniale e accettare la punizione senza opporre resistenza. Questo elemento distingue la satyagraha sia dalla rivolta violenta sia dalla protesta simbolica.
L’accettazione volontaria della sofferenza produce una crisi morale del potere: l’autorità è costretta a reprimere cittadini pacifici o a riconoscere l’ingiustizia della norma⁵. La nonviolenza gandhiana si configura così come una strategia di pressione etico-giuridica.
Satyagraha come metodologia politica: struttura, regole, obiettivi
Contrariamente a una lettura riduttiva, la satyagraha non è un ideale astratto, ma una metodologia politica replicabile⁶. I suoi elementi operativi includono:
- preparazione etica dei partecipanti;
- trasparenza dell’azione pubblica;
- disciplina collettiva;
- rifiuto assoluto della violenza;
- centralità della responsabilità individuale.
Questi aspetti rendono la satyagraha un precursore dei moderni studi sulla resistenza civile nonviolenta e un modello analizzato nelle scienze politiche contemporanee.
Eredità globale della satyagraha: dal Sudafrica ai movimenti del Novecento
L’esperimento del 1906 rappresenta il prototipo delle successive campagne gandhiane in India, dalla Marcia del Sale alla disobbedienza fiscale. Ma la sua influenza è globale: Martin Luther King Jr., Nelson Mandela e numerosi teorici della nonviolenza hanno riconosciuto in quell’evento sudafricano un riferimento fondamentale⁷.
Oggi, la satyagraha è studiata come tecnologia politica della nonviolenza, rilevante nel dibattito su diritti civili, conflitti asimmetrici e legittimità del diritto.
Perché il 1906 resta centrale nel dibattito contemporaneo
In un contesto globale segnato dal ritorno della violenza politica e dalla crisi delle istituzioni democratiche, il discorso di Gandhi a Johannesburg continua a offrire una chiave interpretativa attuale. La satyagraha mostra come il conflitto possa essere radicale senza essere distruttivo, e come la disobbedienza civile possa rafforzare – e non negare – il diritto.


