
L’Achille Lauro e la crisi di Sigonella
Un episodio spartiacque della guerra fredda mediterranea
L’ottobre del 1985 segna uno dei momenti più densi e ambigui della storia politico-diplomatica italiana del secondo Novecento. Il dirottamento della nave da crociera Achille Lauro e la successiva crisi di Sigonella non furono semplicemente un atto terroristico isolato, ma l’emersione violenta di una fitta rete di tensioni: il conflitto israelo-palestinese, le strategie divergenti degli Stati Uniti e dei paesi europei nella lotta al terrorismo, la fragilità dell’equilibrio mediterraneo in piena guerra fredda.
Il dirottamento: terrorismo, simboli e fallimento politico
Il 7 ottobre 1985, al largo delle coste egiziane, un commando di quattro militanti del Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP) prese il controllo della Achille Lauro, nave italiana con a bordo oltre cinquecento persone tra passeggeri ed equipaggio. L’operazione, inizialmente concepita come un’azione dimostrativa contro obiettivi israeliani, si trasformò rapidamente in un sequestro improvvisato, rivelando l’impreparazione strategica dei dirottatori.
Il terrorismo palestinese degli anni Ottanta viveva una fase di transizione: stretto fra la perdita di centralità geopolitica dopo il Libano 1982 e l’emergere di nuove forme di lotta armata, oscillava fra azioni simboliche e gesti disperati. L’uccisione di Leon Klinghoffer, cittadino statunitense, ebreo e disabile, rappresentò il punto di non ritorno: l’atto trasformò il sequestro in un crimine di portata internazionale, con un fortissimo impatto mediatico ed emotivo.
Non fu solo un omicidio: fu un messaggio fallito. L’uso della violenza indiscriminata su un obiettivo civile e neutrale erose ulteriormente la legittimità politica della causa che pretendeva di rappresentare.
La mediazione egiziana e l’intervento americano
La conclusione apparente della crisi, con la resa dei dirottatori mediata dall’Egitto di Hosni Mubarak, sembrò inizialmente riportare l’evento entro i confini della diplomazia regionale. Ma l’intervento statunitense mutò radicalmente lo scenario.
L’intercettazione, da parte di caccia F-14 della US Navy, dell’aereo egiziano che trasportava i terroristi segnò una svolta dirompente. Washington, sotto l’amministrazione Reagan, adottò una linea di fermezza assoluta: il terrorismo doveva essere combattuto come atto criminale globale, anche a costo di forzare prassi diplomatiche consolidate. L’ordine di costringere l’aereo all’atterraggio a Sigonella implicava una concezione estensiva della giurisdizione americana, fondata non sul territorio ma sulla cittadinanza della vittima e sull’interesse nazionale.
Sigonella: sovranità, diritto e teatro simbolico
La notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985, nella base NATO di Sigonella, si consumò uno dei più straordinari confronti armati fra alleati occidentali. Da un lato, le forze speciali statunitensi pronte a prelevare i dirottatori; dall’altro, carabinieri e militari italiani schierati a difesa della sovranità nazionale.
Il governo italiano, guidato da Bettino Craxi, rivendicò il diritto di esercitare la propria giurisdizione su un crimine avvenuto su una nave battente bandiera italiana. Non si trattò di un gesto antiamericano, bensì di una precisa affermazione di principio: l’Italia non intendeva accettare una subordinazione automatica alla dottrina dell’intervento unilaterale statunitense.
Sigonella divenne così un palcoscenico simbolico: non solo una base militare, ma il luogo in cui si scontrarono due visioni dell’ordine internazionale. Da una parte, l’idea di una leadership globale americana fondata sulla deterrenza e sull’azione preventiva; dall’altra, una concezione multilaterale, ancorata al diritto internazionale e alla sovranità degli Stati.
Le conseguenze: crepe nell’alleanza occidentale
L’esito della crisi lasciò cicatrici profonde. Gli Stati Uniti non dimenticarono l’affronto politico, mentre l’Italia si trovò esposta a pressioni diplomatiche e critiche interne. La successiva fuga di Abu Abbas, ritenuto la mente politica del sequestro, alimentò polemiche durature e contribuì a costruire una narrazione ambivalente dell’episodio: atto di coraggio sovrano per alcuni, grave errore strategico per altri.
Sul piano storico, tuttavia, Sigonella segnò un precedente fondamentale. Dimostrò che anche all’interno del blocco occidentale esistevano margini di dissenso e che il Mediterraneo non era un semplice teatro periferico della guerra fredda, ma uno spazio autonomo di conflitto e negoziazione.
Conclusione: un episodio che parla ancora
A distanza di decenni, la vicenda dell’Achille Lauro e della crisi di Sigonella continua a interrogare storici e politologi. In essa si intrecciano terrorismo e diplomazia, violenza simbolica e diritto, alleanze militari e identità nazionale. È un episodio che anticipa dilemmi tuttora irrisolti: chi ha il diritto di giudicare il terrorismo? Fino a che punto la sicurezza giustifica la violazione delle sovranità? Qual è il confine fra alleanza e subordinazione?
Sigonella, più che una notte di tensione, fu una frattura rivelatrice. E come tutte le fratture storiche autentiche, continua a riflettere le contraddizioni del presente.



