
La strage di Ustica (1980):
verità negate, ragion di Stato e crisi della sovranità democratica
Introduzione. Un disastro che eccede la categoria dell’incidente
La distruzione in volo del DC-9 Itavia IH870, avvenuta la sera del 27 giugno 1980 nei cieli a nord di Ustica, non costituisce soltanto una delle più gravi tragedie dell’aviazione civile italiana, ma rappresenta un evento paradigmatico di opacità istituzionale e di conflitto tra verità giudiziaria e verità storica. La morte di 81 persone, tra cui 13 bambini, segna l’inizio di una vicenda che, a oltre quarant’anni di distanza, continua a interrogare la tenuta dello Stato di diritto, il rapporto tra apparati militari e potere civile, e la possibilità stessa di accertare i fatti quando entrano in gioco interessi geopolitici sovranazionali.
Ustica non è solo una strage: è un processo incompiuto di conoscenza, un caso in cui l’evento materiale si dissolve in una pluralità di narrazioni concorrenti, mentre il tempo non chiarisce ma stratifica l’oscurità.
1. La dinamica dell’evento e l’anomalia originaria
Il DC-9 Itavia, decollato da Bologna con oltre due ore di ritardo e diretto a Palermo, si disintegrò improvvisamente in volo, precipitando nel tratto di mare noto come posizione Condor, tra Ustica e Ponza. Fin dalle prime ore emerse l’elemento più perturbante dell’intera vicenda: l’assenza di una causa certa.
A differenza di molti disastri aerei, Ustica non offrì una sequenza tecnica chiara, ma si presentò subito come un evento anomalamente indecidibile, in cui ogni ipotesi causale sembrava plausibile ma nessuna conclusiva. Questa indeterminatezza iniziale avrebbe accompagnato l’intera storia processuale e politica della strage.
2. Ipotesi concorrenti e guerra delle narrazioni
Nel corso degli anni, l’inchiesta su Ustica si è articolata attorno a tre grandi ipotesi:
- cedimento strutturale del velivolo,
- attentato terroristico mediante ordigno esplosivo a bordo,
- abbattimento in un contesto di operazioni militari, con il coinvolgimento di aviazioni straniere.
Progressivamente, la prima ipotesi è stata abbandonata per insufficienza di riscontri tecnici. La seconda, pur sostenuta a lungo, non ha mai trovato una conferma probatoria definitiva. La terza, invece, ha acquisito nel tempo una consistenza indiziaria crescente, fino a configurarsi come la chiave interpretativa più coerente con l’insieme dei dati disponibili.
Ustica si trasforma così in un campo di battaglia discorsivo, dove la verità non viene negata frontalmente, ma frammentata, diluita tra versioni incompatibili, fino a diventare impraticabile per l’opinione pubblica.
3. Lo scenario internazionale e la guerra invisibile nei cieli italiani
L’ipotesi dell’abbattimento del DC-9 si colloca all’interno di uno scenario geopolitico estremamente delicato, segnato dalla presenza nel Mediterraneo di velivoli militari appartenenti a più potenze NATO e a paesi extra-alleanza. Secondo questa ricostruzione, l’aereo civile sarebbe stato colpito in modo accidentale, durante un’operazione militare diretta contro un velivolo sul quale si sarebbe trovato Muʿammar Gheddafi.
In tale prospettiva, il cielo italiano diventa teatro di una guerra non dichiarata, combattuta al di fuori di ogni mandato pubblico e al riparo da ogni forma di controllo democratico. L’abbattimento del DC-9 rappresenterebbe così non un errore tecnico, ma un effetto collaterale sistemico, reso possibile dalla subordinazione dello spazio aereo civile a logiche militari segrete.
4. La dichiarazione di Cossiga e la frattura della memoria istituzionale
Un momento di svolta simbolica si ebbe nel 2007, quando Francesco Cossiga, presidente della Repubblica ed ex presidente del Consiglio all’epoca dei fatti, attribuì pubblicamente la responsabilità del disastro a un missile francese “a risonanza”, destinato a colpire l’aereo libico.
Questa dichiarazione, pur priva di valore giudiziario diretto, produsse una frattura profonda nella memoria istituzionale: ciò che per decenni era rimasto indicibile veniva improvvisamente enunciato da una delle massime cariche dello Stato. La verità, tuttavia, restava sospesa tra rivelazione e impossibilità di verifica, confermando la natura paradossale del caso Ustica.
5. Giustizia civile, impunità penale e responsabilità senza colpevoli
La sentenza della Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna in sede civile dei Ministeri dei Trasporti e della Difesa al risarcimento dei familiari delle vittime, rappresenta uno degli elementi più significativi della vicenda. Lo Stato è stato riconosciuto responsabile per omissioni, reticenze e mancate tutele, pur in assenza di condanne penali definitive per la strage.
Questa dissociazione tra responsabilità civile e assoluzione penale genera un corto circuito giuridico: esiste un danno riconosciuto, ma non un colpevole identificato. La giustizia, pur pronunciandosi, non riesce a produrre una verità pienamente condivisa.
6. Depistaggi, distruzione di documenti e logica dell’occultamento
Accertata è invece la responsabilità penale di numerosi appartenenti all’Aeronautica Militare per falso, omissioni e distruzione di documenti. Tali condotte non chiariscono direttamente la causa della strage, ma ne indicano il contesto: un sistema di potere orientato non alla trasparenza, bensì alla gestione politica del silenzio.
Il depistaggio non appare come deviazione individuale, ma come pratica strutturale, funzionale alla tutela della ragion di Stato e degli equilibri internazionali. In Ustica, il segreto non è l’eccezione, ma il metodo.
7. Il destino di Itavia: la vittima collaterale
Alla tragedia umana si aggiunse il collasso della compagnia Itavia, già in difficoltà finanziarie, ma definitivamente travolta dalla gestione politica e mediatica del disastro. La sospensione delle operazioni, la revoca della licenza e il successivo fallimento trasformarono la compagnia in una vittima collaterale, utile a concentrare l’attenzione su presunte carenze tecniche, distogliendola dalle responsabilità più alte.
La fine di Itavia rappresenta un ulteriore livello di rimozione: l’individuazione di un capro espiatorio industriale al posto di una assunzione di responsabilità sistemica.
Conclusione. Ustica come ferita aperta della democrazia italiana
La strage di Ustica non è soltanto un evento tragico del passato, ma una ferita ancora aperta nella coscienza democratica italiana. Essa mostra come, in determinate condizioni, la ragion di Stato possa prevalere sulla verità, e come la sovranità nazionale possa essere compressa da dinamiche geopolitiche opache.
Ustica interroga il rapporto tra cittadini e istituzioni, tra memoria e potere, tra sicurezza e democrazia. Finché le cause della strage resteranno avvolte nell’ambiguità, essa continuerà a rappresentare non solo una tragedia irrisolta, ma un monito permanente sui limiti della trasparenza negli Stati contemporanei.
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