Prima guerra mondiale (1914-1918): guerra totale, genocidi, nazionalismi e ridefinizione dell’Europa contemporanea
Introduzione
La Prima guerra mondiale rappresenta uno spartiacque radicale nella storia contemporanea: non solo un conflitto militare di proporzioni inedite, ma una guerra totale che investì società civili, economie, identità nazionali e assetti geopolitici. Tra il 1914 e il 1918, l’Europa e vaste aree del mondo furono attraversate da un ciclo di violenza sistemica, in cui alle operazioni belliche si affiancarono persecuzioni etniche, deportazioni di massa e genocidi, mentre nuove forme di propaganda, tecnologia militare e mobilitazione ideologica ridefinivano il rapporto tra Stato e individuo.

1914 – Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este e sua moglie Sofia vengono uccisi da un nazionalista serbo Gavrilo Princip, l'episodio diventa il casus belli della prima guerra mondiale.
1914: Sarajevo e l’innesco del conflitto globale
Il 28 giugno 1914, l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e di sua moglie Sofia Chotek a Sarajevo, per mano del nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip, costituì il casus belli che fece esplodere un sistema internazionale già instabile. L’evento, in sé circoscritto, attivò una reazione a catena di dichiarazioni di guerra dovuta alla rigidità delle alleanze, alla competizione imperialista e ai nazionalismi irredentisti che percorrevano l’Europa.
L’attentato non fu la causa profonda del conflitto, ma il detonatore di una crisi maturata nel lungo periodo: la Prima guerra mondiale nasce da equilibri precari, dalla corsa agli armamenti e dalla convinzione diffusa che una guerra “breve e risolutiva” potesse ristabilire l’ordine.
Il fronte occidentale e la Prima battaglia della Marna


Nel settembre 1914, l’avanzata tedesca verso Parigi venne arrestata nella Prima battaglia della Marna, a nord-est della capitale francese. La 6ª Armata francese, comandata dal generale Michel Joseph Maunoury, attaccò le forze tedesche in un confronto che coinvolse oltre due milioni di soldati.
La battaglia si concluse con una vittoria strategica degli Alleati, al prezzo di circa 100.000 morti e feriti, segnando il fallimento del piano tedesco di una guerra lampo e l’inizio della guerra di trincea, destinata a caratterizzare il fronte occidentale per quattro anni.
Guerra e sterminio: l’olocausto ellenico e il genocidio armeno
Il genocidio dei greci del Ponto (1914-1923)

Parallelamente alle operazioni militari, la guerra accelerò politiche di ingegneria etnica nell’Impero ottomano. Già nel 1914, secondo il console tedesco Kuchhoff, l’intera popolazione greca di Sinope e della regione costiera di Kastanome venne deportata:
“Esilio e sterminio coincideranno, perché coloro che scamperanno all’uccisione moriranno di fame e malattie.”
L’espressione genocidio dei greci del Ponto è oggi oggetto di controversia politica e storiografica tra Turchia e Grecia, ma numerosi studiosi e vari Stati federati degli USA hanno approvato risoluzioni di riconoscimento. Gli eventi si collocano tra il 1914 e il 1923, in continuità con le pratiche di deportazione e repressione etnica ottomane.
Il genocidio armeno (1915-1916)

Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, a Costantinopoli, scrittori, intellettuali e uomini politici armeni furono arrestati e deportati: fu l’inizio del genocidio armeno. Le deportazioni e uccisioni sistematiche perpetrate dall’Impero ottomano causarono circa 1,5 milioni di morti.
Il genocidio seguì di pochi mesi la proclamazione del jihād da parte del sultano-califfo Maometto V (14 novembre 1914). La popolazione armena, prevalentemente cristiana, rappresentava un corpo estraneo rispetto alla religione di Stato del califfato, ed era già da tempo oggetto di discriminazioni e violenze.
Il fronte italiano: irredentismo, martiri e redenzioni simboliche
Monfalcone e i Granatieri di Sardegna (1915)

Nel 1915, con l’ingresso dell’Italia nel conflitto, la guerra assunse un forte carattere irredentista. L’ingresso dei Granatieri di Sardegna a Monfalcone fu celebrato come la “redenzione della città”, divenendo parte integrante della narrazione patriottica e del sacrificio nazionale.
Nazario Sauro: martirio e identità nazionale

Nel 1916, a Pola, gli austriaci giustiziarono Nazario Sauro, irredentista istriano e ufficiale della Regia Marina italiana. Decorato con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, Sauro divenne simbolo del martirio nazionale. Secondo la tradizione, prima dell’esecuzione avrebbe gridato tre volte:
“Viva l’Italia, morte all’Austria”.
1918: l’anno decisivo tra terra, cielo e mare
Vittorio Veneto e il crollo austro-ungarico

Nel 1918, l’offensiva italiana culminò nella battaglia di Vittorio Veneto, che determinò la disfatta dell’Impero austro-ungarico. Pochi giorni dopo, l’Austria-Ungheria accettò l’armistizio con gli Alleati, mentre le truppe italiane entravano a Trento e il torpediniere Audace attraccava a Trieste, suggellando simbolicamente la vittoria.


La guerra nei cieli: il Barone Rosso e il volo su Vienna

Sempre nel 1918 venne abbattuto e ucciso Manfred von Richthofen, il Barone Rosso, considerato l’“Asso degli Assi” dell’aviazione militare. La sua morte segnò la fine di un’epoca eroica e mitizzata del combattimento aereo.

Nello stesso anno, 11 Ansaldo S.V.A. della 87ª squadriglia “Serenissima”, guidati idealmente da Gabriele D’Annunzio, sorvolarono Vienna lanciando manifesti propagandistici: il celebre volo su Vienna, esempio di guerra psicologica e simbolica.
Eroi e miti della guerra moderna

Nella foresta delle Argonne, il caporale statunitense Alvin C. York uccise 25 soldati tedeschi e ne catturò 132, praticamente da solo. L’episodio divenne uno dei miti fondativi dell’eroismo americano nella Grande Guerra, poi romanzato nel film Il sergente York di Howard Hawks, con Gary Cooper.

Il Medio Oriente e la fine degli imperi

Nel 1918, le forze arabe guidate da Lawrence d’Arabia conquistarono Damasco, accelerando la dissoluzione del dominio ottomano in Medio Oriente. La guerra, presentata inizialmente come liberazione, avrebbe tuttavia aperto la strada a nuovi equilibri coloniali e a conflitti irrisolti destinati a perdurare nel tempo.
Oltre la guerra: l’Impresa di Fiume e l’eredità del conflitto


Nel 1919, la Prima guerra mondiale non era ancora finita sul piano politico e simbolico. Gabriele D’Annunzio, alla guida di circa 2.500 legionari, occupò Fiume al grido di “O Fiume o morte”. L’Impresa di Fiume, nata per influenzare la Conferenza di pace, portò alla proclamazione della Reggenza Italiana del Carnaro e terminò solo nel Natale del 1920, con l’intervento armato del governo Giolitti dopo il Trattato di Rapallo.
Lo stesso Filippo Tommaso Marinetti definì i protagonisti dell’impresa “disertori in avanti”, cogliendo l’ambiguità tra ribellione, avanguardia politica e anticipazione dei movimenti autoritari del dopoguerra.
Conclusione
La Prima guerra mondiale non fu soltanto un conflitto armato, ma un processo di trasformazione violenta che produsse genocidi, crolli imperiali, nuovi Stati e miti politici destinati a segnare l’intero Novecento. Dalle trincee della Marna a Vittorio Veneto, dai genocidi ottomani all’Impresa di Fiume, la Grande Guerra ridefinì i confini dell’Europa e le categorie stesse di guerra, nazione e identità.
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